Una riflessione sui due articoli:
- Via contadina o via cibernetica, Terra e Libertà, 12 giugno 2026
- L’ombra degli algoritmi sulla sovranità della terra, Alex Giordano – Il Sole24ore, 7 Giugno 2026
a cura di Luigi Grillo
I due articoli analizzati condividono una diagnosi senz’altro corretta, l’asimmetria di potere e valore generata dalla digitalizzazione agricola è reale, ben documentata. Ma entrambi, da direzioni opposte, rischiano di bloccarsi su un’alternativa mal posta: riformare il sistema dall’interno (Giordano/European Coordination Via Campesina) oppure uscirne radicalmente (Terra e Libertà). La tesi che segue propone una terza via, fondata su quattro punti: la dipendenza non è una specificità del digitale, è fondamentale creare relazioni di sapere, bisogna discernere tra bisogni reali ed indotti, è necessario ricercare una trasparenza dei costi.
1. La dipendenza contadina non è un’invenzione digitale
Il punto più debole, a mio avviso, di Terra e Libertà è proprio quello che dichiara di voler evitare: l’idealizzazione di un rapporto “diretto”, “ascoltato”, “sensibile” con la terra, anteriore alla mediazione tecnologica. Ma la storia agraria è, da sempre, storia di dipendenze. Non esiste un soggetto pre-discorsivo, un’epoca in cui l’agricoltore “ascoltava” la terra fuori da dispositivi di sapere-potere (vedi Foucault).
Per secoli i contadini europei sono stati strutturalmente dipendenti da creditori, proprietari terrieri e sistemi come la mezzadria; il digitale non inventa questa dipendenza finanziaria, ma la rende più pervasiva e meno negoziabile. Anche il sapere varietale e le tecniche colturali, lungi dall’essere un patrimonio condiviso e libero, erano governati da relazioni di potere interne alla comunità contadina, trasmesse secondo logiche di genere e gerarchia. Il rapporto con le stagioni era mediato da calendari liturgici e pratiche religiose, dispositivi di sapere non meno “esterni” di un sensore IoT. Infine, soprattutto nel Mezzogiorno, il latifondo, le gabelle e i vincoli feudali rendevano minima la reale autonomia del contadino rispetto alla terra, nonostante la retorica di una “relazione sensibile” col suolo.
L’argomento contro la digitalizzazione non può fondarsi quindi su un confronto con un passato idealizzato che semplicemente non esisteva nei termini in cui viene evocato. Deve trovare fondamento piuttosto su un’analisi specifica di cosa cambia nella forma della dipendenza: non la sua esistenza (sempre esistita), ma la sua scala, la sua reversibilità, la sua opacità e la concentrazione di chi ne beneficia. La dipendenza dal creditore di paese era locale, personale, spesso negoziabile (anche se iniqua); la dipendenza da una piattaforma cloud globale è anonima, non negoziabile, e i suoi termini possono cambiare unilateralmente (un cambio di licenza, una modifica dell’algoritmo, un blackout dei server). È questa trasformazione qualitativa della dipendenza , non la sua semplice esistenza, il vero oggetto della critica, e va argomentata con dati e casi specifici, non con un confronto nostalgico (Zuboff, The Age of Surveillance Capitalism).
2. L’alleanza agricoltori-tecnici come linea di fuga
Deleuze in Poscritto sulle società di controllo descrive le società contemporanee come “società di controllo”: il potere non recinge più in istituzioni, ma modula flussi continui di dati, esattamente come l’agricoltore “profilato” di Giordano. Ma la sua diagnosi non è rassegnazione: uscire dai flussi è impossibile, la resistenza sta nel creare linee di fuga interne. Giordano e Terra e Libertà, seppur in visioni opposte, trattano la tecnologia come blocco da correggere o rifiutare, perdendo la scala locale dove queste linee di fuga sono possibili.
L’alleanza diretta tra agricoltori e tecnici digitali è esattamente questo: non un “digitale alternativo” pensato a tavolino da ONG o regolatori (la critica di Terra e Libertà ad ECVC su questo punto è corretta, un digitale “equo e solidale” pensato dall’alto rischia di essere, come dicono loro, “lo scaffale del biologico nell’ipermercato”), ma una relazione di co-progettazione situata, in cui:
- l’agricoltore non delega un problema generico (“ottimizzare la coltura”) a un sistema a scatola chiusa, ma formula un problema specifico e locale (“come gestire l’irrigazione di questo particolare appezzamento in consociazione, con queste varietà, in queste condizioni di suolo”, “come ottimizzare la distribuzione dei prodotti delle piccole aziende”, “come comunicare le esperienze ed i valori”) a un interlocutore che può tradurlo in soluzione tecnica comprensibile e modificabile;
- il tecnico non impone uno strumento standard, ma costruisce, o, più realisticamente, adatta, uno strumento a partire dal problema reale, mantenendo una relazione continuativa (non un prodotto consegnato e poi abbandonato a se stesso).
Questo è ciò che Terra e Libertà liquida troppo rapidamente nel punto 1.3 “progettazione dal basso” trattandolo solo sul piano della riparabilità hardware. Ma l’argomento più forte non è la riparabilità dei componenti, è la relazione di prossimità cognitiva tra chi ha il problema e chi ha gli strumenti per affrontarlo. Un decision tree “semplice” che il collettivo giudica insufficiente per gestire dati complessi può essere esattamente adeguato se il problema che deve risolvere è scelto e definito dall’agricoltore stesso, e non da un mercato di soluzioni “general purpose” pensate per l’agricoltura industriale lineare.
Detto in altre parole: si tratta di spostare il luogo di produzione del sapere-potere dal centro (piattaforma, Big Tech) alla periferia (relazione locale agricoltore-tecnico), senza l’illusione di “uscire” dal sapere tecnico-scientifico in quanto tale, illusione che, come detto, presupporrebbe un’autenticità contadina, probabilmente mai veramente esistita.
3. Bisogni reali vs bisogni indotti
I macchinari guidati da AI, la blockchain applicata alla “tracciabilità” alimentare, i droni per il monitoraggio delle colture, le immagini satellitari: questi strumenti non si impongono per coercizione, ma vengono presentati, spesso attraverso bandi di finanziamento, narrative di “innovazione necessaria”, confronto competitivo con aziende vicine che li adottano, come condizioni per “rimanere sul mercato”, per “non restare indietro”. È la logica psicopolitica messa alla luce da Byung-Chul Han: l’agricoltore non viene costretto, gli viene fatto desiderare uno strumento di cui, se interrogato senza la cornice della “innovazione inevitabile”, probabilmente non avrebbe bisogno.
Si richiede allora una “profonda e continua riflessione sui bisogni reali” che è un esercizio di resistenza psicopolitica: non un rifiuto a priori della tecnologia (che sarebbe esso stesso un gesto reattivo, ancora interno alla logica binaria tecnofilia/tecnofobia che Giordano, nel suo articolo, critica giustamente), ma una pratica continua di interrogazione, “questo strumento risolve un problema che ho, o mi sta facendo percepire come problema qualcosa che prima non lo era?”,”mi sta creando dipendenza?”.
Qui la riflessione però va anche spinta oltre. La pressione a digitalizzarsi non è solo psicologica, è anche strutturale: bandi PAC, requisiti di tracciabilità per l’export, pressioni della filiera (un grande acquirente che richiede dati di tracciabilità blockchain come condizione contrattuale). La “riflessione sui bisogni reali” deve quindi essere non solo individuale ma collettiva e organizzata. Serve, come detto prima, un interlocutore (tecnico, ma anche politico-sindacale) che aiuti a distinguere bisogno indotto da vincolo strutturale reale, perché non sempre la distinzione è ovvia dal punto di vista del singolo agricoltore.
4. Il costo nascosto della “gratuità”
L’ultimo punto è dove sia Giordano che Terra e Libertà, a mio avviso, restano impliciti senza dirlo fino in fondo. Il punto centrale è che il capitalismo della sorveglianza, come ci fa notare Zuboff, si fonda su una dichiarazione di gratuità che maschera un’estrazione: il servizio “gratuito” non è mai gratuito, il pagamento avviene in dati, in dipendenza infrastrutturale, in vincoli tecnologici (lock-in).
Quando un agricoltore adotta un sistema di gestione dati, sta:
- entrando in un formato dati e in un ecosistema software che, anche se “open source” nel codice, richiede competenze, manutenzione, aggiornamenti, che generano costi futuri non coperti dall’investimento iniziale;
- producendo dati che alimentano modelli (anche pubblici) il cui valore aggregato non torna proporzionalmente a chi li ha generati;
- creando una dipendenza da un fornitore/piattaforma che, terminato il periodo di “gratuità”, potrebbe diventare oneroso mantenere.
Il fraintendimento del binomio “open source = gratuito” è un nodo cruciale da sciogliere: la manutenzione di uno strumento libero ha un costo economico ed ambientale che la comunità deve comprendere e sostenere responsabilmente. Senza questo impegno finanziario, anche il software libero finirà per essere mantenuto, e inevitabilmente colonizzato, da chi ha le risorse per farlo: le stesse Big Tech, attraverso sponsorizzazioni, fork proprietari o assorbimenti.
La domanda operativa che propongo, “qual è il costo nascosto che stiamo pagando quando la tecnologia è gratuita o sovvenzionata da un ente esterno?”, è dunque uno strumento pratico di analisi e resistenza: rendere visibile (Foucault direbbe “dicibile”, portare nel discorso) un costo che i centri di potere tendono strutturalmente a occultare, presentando l’adozione tecnologica come opportunità a costo zero.
Sintesi: la terza via
Le due posizioni di partenza, a mio avviso, condividono un errore speculare: entrambe trattano la tecnologia come un blocco monolitico, da governare (Giordano) o da rifiutare (Terra e Libertà). La tesi qui proposta la tratta invece come un campo di relazioni e costi da rendere visibili e negoziabili, attraverso:
- un’analisi storica onesta della dipendenza contadina (punto 1), che disinnesca la retorica sia della “innovazione inevitabile” sia quella della “purezza perduta”;
- una ricostruzione delle relazioni di sapere (punto 2) che sposti il luogo di produzione tecnologica dalla piattaforma globale alla relazione locale;
- una pratica continua e collettiva di discernimento tra bisogno reale e bisogno indotto (punto 3);
- una contabilità trasparente dei costi reali (manutenzione, dipendenza, dati, impatto ambientale) anche quando il prezzo nominale è zero (punto 4).
Questa posizione non è un compromesso a metà strada, ma una proposta che richiede, questo è il punto più scomodo, un investimento reale (economico, formativo, organizzativo) da parte delle comunità agricole e delle istituzioni pubbliche: l’alternativa a “Big Tech gratis” o “nessuna tecnologia” non è gratuita neanche essa, ma è un costo che redistribuisce potere invece di concentrarlo.
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